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FRANCO MICHELINI ALLA RAAM 2016
Pubblicato il 15/12/2016 nella categoria Sponsorizzazioni

Incontriamo nuovamente Franco Michelini, il nostro ultracycler italiano che ha replicato l'impresa dello scorso anno: partecipare alla Race Across America (RAAM) 2016, la gara Coast to Coast degli Stati Uniti d’America, da sempre un viaggio mitico. La RAAM rappresenta un’avventura carica di fascino e suggestione, oltre che una sfida ai limiti dell’impossibile: 5.000 chilometri in bicicletta, da Oceanside (California) ad Annapolis (Maryland), da terminare entro 12 giorni. Per fare un paragone, il Giro d’Italia dura 21 giorni e il percorso è di circa 3.600 Km; il Tour de France conta 3.750 Km. La RAAM è una gara che si fa in solitaria, con un mezzo di supporto, non sono ammesse scie dietro altri concorrenti: sei tu contro il tempo e contro te stesso.
Dopo lo sfortunato tentativo del 2015, conclusosi quando mancavano appena 900km all’arrivo, Franco ci ha subito riprovato, perché la voglia di riscatto era tanta e la dedizione idem.

Franco, quanto tempo hai impiegato per recuperare le ore di sonno dopo la RAAM?
E’ una domanda di difficile risposta, concettualmente inesatta. Le ore di sonno si perdono, ma non si recuperano: non siamo in grado di immagazzinare ore di riserva. Se invece si intende il ritorno ai ritmi normali di sonno e di veglia, direi che dopo due giorni di riposo sono riuscito a ristabilire i miei ritmi circadiani.
Per la scomparsa della sintomatologia tipica della privazione di sonno, quindi stanchezza, irritabilità e un forte stato infiammatorio, direi di averci messo qualche giorno in più per recuperare, forse una buona settimana nella quale ho anche seguito uno stretto regime di integrazioni con prodotti consigliati dal mio medico.

Quante ore di sonno hai fatto durante questa RAAM?
Non saprei quantificare così su due piedi, dovrei pensarci. Non ho dormito molto, credo di aver dormito molto meno dello scorso anno però ho fatto più momenti di pausa, all’inizio per scelta e successivamente perché non riuscivo a bere o a mangiare in bici, causa collare quindi eravamo costretti a fermarci periodicamente.
Con il crew chief avevamo deciso di assecondare la naturale richiesta del corpo di riposare e/o dormire. Quando ne avevo bisogno, facevo un cenno e ci fermavamo anche per soli 10 minuti a dormire lungo la strada. Tutto questo è durato fino a quando ho conservato la lucidità quindi per quasi 10 giorni. Per le ultime 44 ore, mi sono affidato alle decisioni del team e quindi del crew chief che mi hanno imposto riposo e veglia a seconda della tabella di marcia e delle mie esigente psico-fisiche.

Qual è stato il momento più bello ed esaltante?
Qualcuno penserebbe all’arrivo, e invece no, l’arrivo ha rappresentato la conclusione di un viaggio iniziato nel 2015 che si era finalmente concluso. I miei momenti più belli sono stati ad ogni risveglio, ritrovare accanto le persone a me più care. Mi hanno dato carica, forza per continuare e motivazione per arrivare fino al traguardo finale. La RAAM è molto cuore e anima, avere accanto delle persone importanti aiuta ad uscire dall’alienazione della fatica estrema e dà un senso a ciò che stai facendo, non più solo per te stesso, ma anche e soprattutto per loro.

Il momento più duro?
A parte il grosso problema del collo che ha notevolmente complicato i miei ultimi cinque giorni di gara: non solo non riuscivo a bere e a mangiare in bici, ma non vedevo gli ostacoli davanti a me!, il caldo umido e l’irregolarità del Missouri. Tutto il Missouri è stato duro, alienante, frustrante e “infinito”. Ecco, se potessi cancellare quel tratto dalla rotta, lo farei volentieri.

Hai mai pensato di mollare?
Mai, mai una volta, mai neanche per un attimo. Non c’erano altre opzioni al traguardo finale quindi è stato tutto organizzato in quella prospettiva. Dopo le prime 48 ore di gara, sapevo che sarei arrivato alla fine, come e in quanto tempo non avrei saputo dirlo o forse anche quello. Se non avessi avuto il problema del collo, sarei arrivato in 10 giorni, molto probabilmente.

Una dedica particolare?
Questa RAAM voglio dedicarla alla mia caparbietà, alla mia crew che ha creduto in me, al mio crew chief che ha fatto da parafulmine per tutta la gara. Ai miei figli, al gruppo di gente che mi ha sostenuto dall’Italia, a Walter Cadamuro che si è fatto sentire durante tutta la gara! I messaggi vocali che mi hanno inviato numerosi mi hanno commosso fino alle lacrime. Grazie anche a Valerio Zamboni ed Enrico De Angelis, so che Enrico è stato sempre disponibile a rispondere alle domande della mia crew.
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Quanto ti è servita l’esperienza di 12 mesi prima?
Ad essere meno spensierato, quest’anno sapevo cosa mi aspettava e paradossalmente ciò ha aumentato la preoccupazione di affrontare una gara così tanto più grande di me. Poi, come ho già detto, la RAAM va rispettata ma non temuta e così ho fatto. Mi ha anche insegnato che è molto più efficace per me condividere l’intera strategia con il crew chief ed il team così da essere consapevole delle scelte fatte per poi portarle fino in fondo. Mi ha insegnato che l’approccio al percorso è molto personale. Molti parlavano della durezza delle Appalachian Mountains… quasi non me ne sono accorto quando le ho attraversate. Mi ricordo di aver chiesto al team “Quando cominciano questi benedetti Appalachi?” La risposta è stata “Sei già oltre la metà ormai”. Gran bella risata dopo quell’episodio.
Come hai affrontato il Kansas?
Con molta allegria, sul serio. Prima di tutto me lo ricordo come uno stato che ho attraversato velocemente. Avevo il vento laterale ma non ha rappresentato un problema. Mi ricordo Roberto Bianchin, del mio team, il quale continuava a infastidire le mandrie di mucche che periodicamente incontravamo sul percorso. Credo che il team abbia anche pubblicato un video a riguardo: divertentissimo. Mi ricordo la suggestività del paesaggio con questi silos enormi ai lati delle strade.

Consiglieresti sempre di partecipare alla RAAM?
La RAAM, prima di essere una gara, è un percorso, un viaggio troppo personale per essere consigliato ad altri. E’ un sogno di molti, un sogno costoso da qualsiasi punto di vista quindi siate pronti a tutto, alla fatica estrema, quella mai provata prima, davvero mai. La RAAM può diventare una gran lezione di vita, a patto di avere l’umiltà di imparare. La consiglierei? No, deve essere una scelta consapevole dell’atleta. La rifarei? Sì. La rifarò? Sì, presto.